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ULTIMO ARTICOLO INSERITO: Testimonianze
Testimonianze Pubblichiamo una mail di Elena Brescacin, inviata alla redazione di BLINDSIGHT il 13.12.07

sono Elena Brescacin, una ragazza cieca 27enne di Treviso.
Ho letto con amarezza e delusione su molte
testate giornalistiche di un evento organizzato
dall'unione ciechi e ipovedenti, assieme a
politici e giornalisti: una "cena al buio".
Il presidente dell'Unione ciechi (dalla quale
associazione io, sinceramente, NON MI SENTO
AFFATTO RAPPRESENTATA) ha organizzato questa
"cena al buio" con i politici, i quali hanno
accolto l'iniziativa con entusiasmo, prendendola
come una "sensibilizzazione verso il problema"
Io sono cieca dalla nascita e posso garantire
che non è affatto così semplice far capire alle
persone i problemi reali di chi ha perso, o non
ha mai avuto, la vista anzi una "cena al buio"
arriva addirittura a confondere le idee e dare messaggi poco veritieri.
Per carità, questa può essere una cosa
DIVERTENTE, di INTRATTENIMENTO, "un'emozione
forte" per un vedente, durante una
manifestazione per disabili. Ma a mio avviso si
può paragonare a un'attrazione, né più né meno
della sala degli specchi o il castello delle
streghe, con tutti i suoi effetti ottici e
uditivi, presenti in qualsiasi parco
divertimenti d'Italia e nel mondo. Cose che non
hanno proprio nulla a che vedere con la
sensibilizzazione né tanto meno con la vita
quotidiana di chi vive il problema sulla propria pelle.
Mi sento delusa quando leggo quanto entusiasmo
appaia negli articoli di giornalisti che scrivono frasi come queste:
[...]
Ogni tanto tocchi la persona che ti sta
accanto, lei tocca te. Senza imbarazzo né
contaminazione: in quel cercare mani si chiede
e si dà rassicurazione. All'inizio, cenare al
buio ti fa sembrare d'essere anche sordo.
E per parlare urli come se l'oscurità fosse un
ostacolo fisico da contrastare. Poi allunghi le
mani a cercare le forchette, il tovagliolo, il
bicchiere, l'acqua e il vino. Mangiare, bere.
[...]
Queste tremende sensazioni in realtà non vengono
provate da tutti i ciechi. Non quelli, almeno,
che come me lo sono dalla nascita, o chi lo è
diventato da bambino: le prova una persona
appena diventata cieca, o che stia gradualmente
perdendo la vista, soprattutto in età adulta.
Purtroppo, tale persona si ritrova a dover
vivere con 4 sensi all'improvviso quando madre
natura l'ha fatta nascere con 5, abituandola fin
da subito a usufruire di tutti e 5. Di
conseguenza, avendo imparato a usare l'occhio
come canale fondamentale, questa persona si
ritroverà inevitabilmente perduta. Però, c'è un
però: anche in questo caso, chi in mesi, chi in
anni, riesce comunque ad adeguarsi alla nuova
vita. In molti casi, per fortuna, viene da sè
anche la determinazione e l'amor proprio
("caspita, possibile che debba mangiare con le
mani come un maleducato"...) e allora si inizia
ad adottare l'ausilio del pane, come andrebbe
fatto in ogni caso! Si inizia a versarsi l'acqua
usando meno il dito e ascoltando il rumore del
liquido che riempie il bicchiere, ecc.
Quei disagi provati dalle persone alle cene al
buio, sono disagi che i ciechi SUPERANO! Disagi
per i quali la sensibilizzazione NON SERVE, o
comunque serve fino a un certo punto, quel che
basta per non guardare di storto uno che intinge
le dita nel piatto, magari perché è appena
diventato cieco e deve ancora entrare
nell'ordine delle idee. E comunque io
personalmente, e non credo di esser l'unica,
quando vedo che da più parti l'unica cosa che si
fa "per sensibilizzare" è la cena al buio, mi
sento veramente offesa come persona, perché
sento come se si voglia paragonare tutti i
ciechi, o comunque chi ha difficoltà visive, a
persone che quotidianamente si trovano in
difficoltà a mangiare e bere, che urlano quando
parlano e mettono le mani dappertutto! MA SCHERZIAMO?
Questo non offende solo me e tutti gli altri
come me. Offende anche tutte le famiglie, miei
genitori compresi, che hanno fatto mari e monti
per educare i loro figli ciechi a stare a questo
mondo come si deve, insegnando loro a non
toccare il cibo o non allungare le mani sulle
persone a sproposito, perché la mano aiuta ma
non sostituisce l'occhio al 100%, e perché
qualora il cieco si comportasse con il dito
indagatore sul piatto o la mano lunga sul
vicino, la reazione dei vedenti è sempre e
comunque di commiserazione: povero cieco. Mentre
se lo facesse un vedente, gli si direbbe povero
maleducato quando, in realtà, povero maleducato
sarebbe da dire a entrambi. A meno che, appunto,
non si tratti di una persona appena diventata
cieca e che non ha avuto modo ancora di rieducarsi.
I disagi su cui i politici dovrebbero entrare
molto più intensamente, invece, e far parlare i
giornali non solo quando il singolo cieco fa la
denuncia eclatante, sono quelli che NON SI
SUPERANO con una rieducazione o un corso di
computer o un convegno antidiscriminazione.
Sono quelli con cui dobbiamo fare
quotidianamente i conti. E più vogliamo
integrarci nel mondo, più questi disagi ci
mettono i bastoni tra le ruote (come se già di
bastone bianco, accorciabile leggero o vibrante,
non ce ne avessimo già uno che basta e avanza!)
Un cieco che si muove da solo. Con bastone o
cane, con o senza l'ausilio di un navigatore satellitare vocale:
deve fare quotidianamente i conti con le strade
sconnesse, i marciapiedi inesistenti o
malcostruiti, le buche, i cantieri incompiuti,
le macchine bici o motorini parcheggiati alla
carlona, la gente che passa col rosso, gli
omaggi lasciati dai cani domestici accompagnati
da padroni maleducati, i quali poi, magari, sono
i primi a trovare da ridire quando vedono un
cieco accompagnato dal cane-guida il quale è,
invece, abituato a lasciare i suoi omaggi dove
il padrone sa che non possono dare noia. Oppure,
come successo recentemente a un mio caro amico
affetto da una grave patologia, alcuni ciechi si
trovano a dover rinunciare a servizi importanti,
come l'essere portati in ospedale in ambulanza,
perché il personale di servizio non accetta i
loro accompagnatori quadrupedi. Quando, magari,
poco prima sulla stessa ambulanza è salito un
qualcuno che era mesi che non si lavava e il
cane invece, proprio per il servizio che deve
svolgere, risulta essere igienicamente in regola.
Insomma, dobbiamo quotidianamente scontrarci con
tutte cose che si potrebbero evitare, se solo
"dall'alto" (comuni in primis) facessero
rispettare di più le leggi vigenti, e se,
soprattutto, le associazioni "di categoria"
puntassero di più su questi obiettivi, anziché
fermarsi a mangiare e bere coi politici. Per non
parlare poi dei semafori acustici mancanti, dei
bancomat senza supporto vocale, dei mezzi
pubblici anch'essi senza alcun supporto,
l'assenza di percorsi tattiloplantari di
riferimento sulle strade, e chi più ne ha più ne metta.
D'accordo. Del cibo e dell'acqua, non si può fare a meno.
Ma per trovarlo, il cibo e l'acqua, bisogna guadagnarselo.
E per guadagnarselo, bisogna lavorare (non solo
rispondendo al telefono o facendo massaggi o
insegnando musica) perché comunque al giorno
d'oggi la tecnologia permette al cieco di fare
attività professionali che fino a vent'anni fa
poteva sognarsi (io sono sviluppatrice di siti
web di professione, effettista audio per hobby)
e quindi si può uscire dagli stereotipi e
permettersi, se solo si volesse, di soddisfare i nostri sogni e passioni.
Ma per permettere tutto ciò, l'integrazione a
360 gradi, è necessario che tutti i cittadini
rispettino le leggi, che si sia a conoscenza dei
veri pericoli presenti sulla strada, bisogna
permettere al cieco di potersi muovere in autonomia altrimenti, come lavora?
L'accompagnamento e la pensione dello Stato, OK,
i genitori o familiari vedenti, ma la dignità
dov'è? Dov'è la dignità di dire: sono cieco, ma
ho un lavoro che mi piace e possibilmente vado a
mangiare quando, dove e quello che mi piace?
Per questo l'esperienza della cena al buio è
assolutamente fuorviante. Nella stanza si è
comunque accompagnati, per raggiungerla intendo.
Poi dentro, un cieco paradossalmente accompagna
chi vede...ma si è sempre aiutati. E allora,
perché non fare un percorso, senza alcun aiuto,
una persona alla volta, dalla stazione Termini
per esempio al ristorante? O perché non
organizzare lo stesso un percorso a occhi
bendati, in un'azione utile che potrebbe fare un
cieco, come far la spesa al supermercato,
prelevare da un bancomat, prendere un treno e
dover quindi fare pure i conti eventualmente con l'assistenza disabili?
Forse al cieco anziano non interessa tutto
questo, i maggiori capi dell'unione ciechi, da
cui ripeto non mi sento rappresentata, hanno una
loro età, possono non avere più determinate
ambizioni. Possono non vedere (appunto!!!) ciò che serve realmente.
E' troppo facile parlare d'integrazione davanti
a un piatto, anche se è in una stanza al buio.
Dopo l'imbarazzo iniziale si mangia si beve e ci
si diverte pure...poi, quando si esce da quella
stanza, tutto torna come prima. Eh no. Mi spiace, per noi ciechi non è così.
Io sono pure una gran buongustaia e dico che a
tavola, scuro o non scuro, ci sto benissimo.
Però poi, quando mi alzo e mi ritrovo che fuori
dal locale dove mangio mi parcheggiano le moto
sul marciapiedi, o trovo che un amico peloso a 4
zampe è stato così gentile da farmi un regalo,
recapitato direttamente sotto la mia scarpa, ho
poco da ringraziare chi mi ha pagato da mangiare e da bere.
Cordiali saluti,
Elena Brescacin
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